di Leonardo Ancilli
Dopo quasi venti anni l’NBA si tinge di nuovo di verde, in poco più di un mese a Boston arrivano Kevin Garnett e Ray Allen, il tutto senza toccare il capitano Paul Pierce. Il “Pride” è pronto ad invadere l’NBA, per rinverdire i fasti di un tempo ormai troppo lontano. I tempi cupi sono in archivio, da oggi si rigioca per l’anello.
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Gioco lento, gioco veloce o gioco misto?
di Giampaolo Scaglione / 20 April 2007
L’ultima volta che Boston ha fatto di tutto per conquistare le prime scelte al Draft, l’obiettivo era Tim Duncan.
Era il 1997. I Chicago Bulls conquistavano il loro quinto titolo, mentre Karl Malone si laurea MVP. La Nba festeggia i suoi primi cinquant’anni e viene pubblicata la lista dei più forti cinquanta giocatori di tutti i tempi: I Celtics, invece, giocano la peggiore stagione della loro storia: 15 vittorie e 67 sconfitte. Nel 1978-79, altra annata orribile, le partite perse erano state 53.
Non tutti sanno o ricordano chi erano quei Celtics del 1997: andando a indagare, si hanno delle piccole grandi sorprese.
Iniziamo dalla leggenda: il center di quei Celtics, il numero 40 era Dino Radja, o Rađa, per i puristi. Uno che ha lasciato il segno ovunque sia andato. Nasce nella primavera del 1967 a Spalato, Jugoslavia, e a 23 anni è già stato due volte campione d’Europa con la Jugoplastika. Boston lo ha scelto al draft 1989 (quarantesima scelta assoluta) senza metterlo però sotto contratto.
Nel 1990, Radja è al Messaggero di Roma: nella caput mundi il croato si mette in grande evidenza: 104 gare, 20,2 punti e 10,3 rimbalzi a partita. Ma in tre stagioni la squadra romana raccoglie solo una Coppa Korac. A Dino va molto meglio, perché nel 1992 partecipa alle Olimpiadi di Barcellona e conquista con la Croazia (la Jugoslavia esiste ormai soltanto nei libri di storia) la medaglia d’argento: l’unica a cui un mortale possa aspirare, visto che sul gradino più alto del podio ci sono gli Usa e il loro unico e irripetibile Dream Team.
Nel 1993, a 26 anni, l’atleta di Spalato fa il grande salto: ad accoglierlo oltreoceano sono i Boston Celtics, quelli che hanno appena perso tragicamente Reggie Lewis ma annoverano ancora tra le proprie file Robert Parish. Allenati, in quella stagione, da Chris Ford – il primo giocatore a mettere un tiro da tre punti nella storia dell’Nba – i Celtics raccolgono solo 32 vittorie. Radja giocherà quattro anni a Boston senza mai disputare una gara di play-off: tra il 1994 e il 1997, infatti, per i Green sarà una lenta ma inesorabile discesa agli inferi della pallacanestro: 32 W-50 L nel ’94, 35 W – 47 L nel ’95, 33 W – 49 L nel ’96, fino al ‘leggendario’ 15 W – 67 L nel ’97.

Rađa lascia i Celtics dopo aver disputato 25 gare di quella stagione ‘maledetta’: è stata messa in piedi una trattativa per portarlo a a Philadelphia in cambio di Clarence Weatherspoon, ma tutto va a gambe all’aria perché il croato non convince i medici incaricati di verificare la sua l’integrità fisica.
Il center di Spalato decide che la sua avventura americana è finita e che è tempo di tornare in Europa: destinazione Atene, sponda Panathinaikos. Radja (che in Grecia diventa Ratza) vincerà due titoli consecutivi, 1998 e 1999, con la squadra greca, il cui emblema è, in pratica, lo stesso trifoglio dei Celtics.
Due campionati europei per nazioni vinti con la Jugoslavia nel 1989 e nel 1991 completano il palmarés di un atleta di talento e vincente come pochissimi, nella pallacanestro europea degli ultimi decenni.
Antoine Walker (#8): The Genius, oggi campione del mondo in carica a Miami, c’era anche lui. Era il rookie di belle speranze della squadra. Originario di Chicago e autore di due discrete stagioni a Kentucky prima di essere dichiarato eleggibile per il Draft 1996, Walker venne scelto dai Celtics con la sesta chiamata assoluta.

Sarebbe rimasto per sette lunghe stagioni in Massachusetts, segnando, insieme a Paul Pierce, l’era recente di Boston e sfiorando nel 2002, l’ingresso alle finali Nba, agli ordini di coach O’Brien. Dopo una parentesi di un anno a Dallas, Walker torna (2004) a Est nelle file degli Atlanta Hawks: dopo 53 partite, Boston lo rivuole con sé ed è soprattutto grazie a lui che i biancoverdi entrano in post-season, peraltro senza alcuna fortuna. Per lui, il front-office dei Celtics ha in mente una nuova destinazione: Florida, Miami, gli Heat. Una squadra allenata da Pat Riley, che con Shaq nello spot numero 5 non fa mistero di avere ambizioni e le coronerà, con Walker relegato in panchina ma per nulla comprimario del primo anello Nba di Miami. Al suo decimo anno da pro, The Genius è uno dei giocatori che più sfuggono al metro delle statistiche: non giudicabile, nel bene o nel male, sulla base dei numeri, Walker rimane uno dei più grandi misteri (o rimpianti, che è lo stesso) nella storia dei Green.
Anche la carriera di David Wesley (#4) è per certi versi singolare: quando, nel 1993, il ventitreenne nato a San Antonio lasciava la Baylor University con uno score di 17.2 punti e 4.4 assist. Cifre discrete, che non gli valsero l’attenzione degli scout Nba né di essere scelto al draft.

Alto solo un metro e ottantacinque, Wesley non era ritenuto un giocatore valido in fase di transizione, fondamentale per un point-guard. Poco male: furono i New Jersey Nets a firmarlo, e dal 1994 a ora l’attuale numero 4 dei Cavaliers è stato l’unico giocatore undrafted a sfondare la barriera degli 11.000 punti, insieme a un fuoriclasse assoluto del calibro di Moses Malone. Ai Celtics, il talentuoso texano disputò tre stagioni, le migliori della sua carriera dal punto di vista dei numeri: nel 1997, 16.8 punti, 7.3 assist e 3.6 rimbalzi a partita. Nel 2000, Wesley rischiò seriamente di giocarsi la vita in un tragico incidente stradale che peraltro costò la vita al suo amico e compagno di squadra Bobby Phills. Accadde tutto a Charlotte, dove i due militavano nelle file degli Hornets: una gara di velocità inscenata nelle immediate vicinanze del Coliseum dopo un allenamento, con la Porsche di Phills che finisce la sua (folle) corsa contro una macchina che si trovava nella sua traiettoria. Non era la prima volta che i due si sfidavano.
Anche Todd Day (#13) è stato giocatore di buon talento e buone cifre: anche lui proviene dall’Illinois e, quando viene dichiarato eleggibile per il Draft 1992, ha alle spalle quattro stagioni ad Arkansas con 18.9 punti e 2.5 assist in media a partita.
Sono i Milwaukee Bucks a chiamarlo (ottava scelta assoluta), ma i tre anni e spiccioli in Wisconsin non fanno di lui una star. A Boston c’è chi lo apprezza, però, e per averlo i C’s non esitano a privarsi di Sherman Douglas: Day veste il biancoverde a stagione 1995-96 iniziata, e resterà in Massachusetts fino al 1997, dopo essere stato uno dei protagonisti del leggendario tanking di quell’annata. Day giocherà nell’Nba fino al 2001, con un breve e sfortunato intermezzo italiano alla Scavolini Pesaro. Di lui si sa anche che abbia giocato, recentemente, nella ABA e nel campionato libanese.
Molto meglio è andata a Rick Fox (#44), uno per cui i Celtics hanno rappresentato l’inizio e la fine di una fortunata carriera da pro. Tre volte campione del mondo con i Los Angeles Lakers tra il 2000 e il 2002, Fox venne scelto da Boston al Draft 1991: il ragazzo, classe 1969, sarebbe rimasto in biancoverde per sei stagioni, ultima quella 1996-97, prima di approdare ai Lakers da free-agent. A livello di pure e semplici statistiche, la sua ultima annata in Massachusetts, proprio quella del 15W-67L, risulta la migliore della sua carriera, con 35 minuti, 15 punti e 5 rimbalzi in media a partita.

A Los Angeles, Fox avrebbe fatto parte, con onore, del cast di supporto alla premiata ditta O’Neal-Bryant. Come i più sanno, l’ala da North Carolina ha intrapreso una fortunata carriera di attore, in serial tv e film di discreto successo, oltre ad avere l’indubbio privilegio di sposare Vanessa Williams, la prima donna di etnia afro-americana ad essere incoronata Miss America, cantante e attrice di fama. Dopo avere fallito l’assalto al quarto titolo Nba con i Lakers, nell’estate 2004 Fox tornava a Boston, in virtù del trade che portava Gary Payton a vestire la casacca dei Celtics. Fu anche l’ultimo atto della sua carriera: i problemi fisici che lo affliggevano da tempo gli impedirono di iniziare la stagione e lo costrinsero, di fatto, a ritirarsi dalle scene del basket pro.
Da una star ad un autentico outsider: Marty Conlon (#0), newyorkese di origini irlandesi, era un habitué della panchina biancoverde, in quell’annata di lacrime e sudore. Conlon arriva nella Lega direttamente dalla Cba: anche lui, come Wesley, non viene preso in considerazione dai talent-scout che contano, nonostante avesse fatto parte di Providence College ai tempi dei Final Four 1987, sotto la guida di Rick Pitino. Conlon gioca nella Nba per 9 anni, con una breve apparizione in Italia (Teamsystem Bologna) a formare il trio americano (gli altri due erano David Rivers e un certo Dominique Wilkins) che i tifosi della Virtus ricordano molto bene. Nel Belpaese, il center da New York tornerà poco tempo dopo per vestire la casacca di Verona (nel 2000) e quella di Napoli (nel 2002 e nel 2004).
Mai domo, Conlon fa parte della nazionale irlandese impegnata nelle prequalificazioni ai campionati europei, nella doppia veste di assistente allenatore/giocatore. Da un center a una guardia di un metro e ottantatre, che è riuscita entrare nella storia della Lega: Dee Brown (#7), il rookie da Jacksonville capace di vincere lo slam-dunk contest a Charlotte, All Star Week-End 1991.

Per lui, diciannovesima scelta assoluta del Draft 1990, sette stagioni e mezza a Boston prima di andare a Toronto insieme a Chauncey Billups, Roy Rogers e John Thomas in cambio di Popeye Jones, Zan Tabak e Kenny Anderson. Dee Brown è adesso uomo di televisione (lavora per la ESPN) e ammette che “aver vinto la gara delle schiacciate da rookie è stato un bene e un male,allo stesso tempo: da quel momento in poi, la gente mi fischiava se appoggiavo a canestro invece di schiacciare, quando andavo a concludere un contropiede”. Illuminante.
Greg Minor (#9), guardia-ala da Louisville, apre e chiude la sua breve carriera a Boston. Cinque anni di Nba, prima di arrendersi per un grave infortunio all’anca.

Lascia intravvedere alcune potenzialità che non saranno mai pienamente dimostrate, nonostante il minutaggio non bassissimo che gli viene riservato. Un’altra celebrità di quella famigerata edizione dei Boston Celtics è senza dubbio Pervis Ellison (#29), prima scelta assoluta del Draft 1989. Il ragazzo, a livello universitario, fa ottime cose: al suo primo anno al college, guida Louisville alla conquista del titolo NCAA e ottiene il riconoscimento di Most Outstanding Player dalla AP.
Non male, come inizio. Peccato solo che il resto delle sue vicende cestistiche saranno condizionate da infortuni più o meno gravi che gli impediranno di esprimersi al meglio a livello pro. Nel suo anno da rookie nella Nba, salta 48 partite su 82 e i Sacramento Kings, che per lui hanno speso la chiamata numero 1, se ne sbarazzano mandandolo a Washington. Nella capitale, Ellison gioca le sue tre stagioni migliori, più una così e così, prima di arrivare a Boston, dove non combinerà granché. Troppo fragile, per essere vero.

Come Ellison, Stacey King (#41), altra guardia-ala dei Celtics 1996-97, viene scelto al Draft 1989: a prenderlo sono i Chicago Bulls e, come tutti ricordano, MJ e soci si infileranno l’Anello al dito per tre stagioni di seguito, dal 1991 al 1993. Buon giocatore al college, King aveva convinto il gm dei Bulls, nientemeno che Jerry Krause in persona, a spendere per lui una scelta alta (la sesta assoluta). King non combinerà molto e, a metà della stagione 1993-94, finisce in Minnesota, in cambio di uno che, al contrario di lui, ai Bulls dirà la sua: Luc Longley. L’ex star da Oklahoma, invece, finirà la sua carriera all’insegna di una sostanziale mediocrità.
Mr. Nate Driggers (#27) può vantarsi di essere stato il primo e finora unico prodotto della University of Montevallo, Alabama, ad essere approdato alla Nba. Ma, dopo aver totalizzato 132 minuti e 36 punti con i Celtics, si perde (si fa per dire) nel magico mondo delle serie minori: lo hanno visto nei Calgary Drillers della Aba, nei Dakota Wizards della Iba, negli Utah Snowbears, sempre della Aba. Sempre in posti freddini, insomma.
Un altro che nella Nba ha ballato una sola estate è Steve Hamer (#42): center da Tennessee, scelto al secondo giro del Draft 1996 da Boston. Un ‘sette piedi’ come lui non è cosa di tutti i giorni nemmeno nella Lega più bella e colorata del mondo: la stagione da rookie di Hamer andò maluccio (268 minuti e 36 punti segnati in 35 apparizioni) e coach Pitino, chiamato a miracol mostrare per la stagione successiva, decise di fare a meno dei suoi servigi.
Michael Hawkins (#5), play proveniente dalla Xavier University, era stato compagno di classe al liceo di Eric Snow, e con lui aveva diviso le gioie e i dolori degli esordi cestistici. La sua carriera da pro inizia ai Blazers, dura quattro stagioni e finisce ai Cavaliers nel 2001. In mezzo, un anno nella Cba e il 1996-97 ai Celtics.
Uno che nel basket pro c’è rimasto è lungo è invece Frank Brickowski (#34), centro-ala newyorkese da Pennsylvania University: promettente giocatore di college, Brick viene scelto dai New York Knicks al Draft 1981, ma per calcare i parquet della Nba dovrà attendere il 1985. I Knicks non lo ritengono infatti maturo per la grande ribalta, e lo spediscono per il mondo a farsi le ossa. Nel suo lungo peregrinare, Frank toccherà Varese, Tel Aviv e la Francia, prima di tornare in patria ed esordire nella Lega con i Seattle Supersonics. Nel 1988 lo troviamo a San Antonio, dopo una parentesi a Los Angeles, e nel 1991 a Milwaukee: sono queste le sue stagioni migliori, ma la rovina è in agguato. Brick viene trovato in possesso di una buona dose di marijuana, condannato a una multa e affidato ai servizi sociali; come se non bastasse, inizia ad essere bersaglio di numerosi infortuni, che ne limitano le possibilità di sviluppo.
Quando Frank arriva a Boston è ormai un trentottenne, al capolinea della sua carriera: gioca 17 partite, poi l’addio alle armi.
Altro longevo atleta è stato Alton Lister(#53), altro ‘sette piedi’ nativo del Texas e formatosi ad Arizona State, dopo essersi già messo in luce a livello di high-school. Gioca nella Nba per 16 stagioni e 5 squadre diverse: anche per lui, Boston rappresenta in pratica l’ultimo atto di una carriera che inizia nel 1982 e finisce in pratica nel 1997, se si eccettuano le sette partite in cui Lister va in panchina per Portland nel 1998.
Altra meteora è stato Brett Szabo (#43), centro-ala originario dello Iowa e proveniente da un misconosciuto college (Augustana) che non molto ha dato alla pallacanestro americana (a parte Szabo, naturalmente). Anche per lui, solo un’annata nella Nba, a 29 anni suonati, peraltro, con cifre tutto sommato modeste.

Last but not least, Dana Barros (#11): nato a Boston nel 1967, il ragazzo matura cestisticamente in Massachusetts e viene scelto da Seattle al Draft 1989: ai Supersonics non troverà mai spazio, semplicemente perché il play-guard titolare risponde al nome di Gary Payton, e Barros dovrà attendere di traslocare a Philadelphia per avere i minuti e la considerazione che merita, pur in una squadra che non ha grandi ambizioni. Ai 76ers, il ragazzo da Boston College si farà notare per le sue non comuni percentuali al tiro e per alcuni exploit personali, come i 50 punti messi a segno in una partita contro i Rockets nel marzo 1995 o la tripla doppia rifilata ai Magic qualche settimana più tardi.
Nel 1996, Barros sceglie i Celtics per accasarsi, finito il suo rapporto con Philadelphia: da titolare che era ai Sixers, il numero 11 dei Green retrocederà al ruolo di riserva, riuscendo comunque a mettersi in luce e ad essere il mentore di Antoine Walker prima e Paul Pierce poi. Dopo due anni a Detroit, chiuderà la sua carriera di giocatore ai Celtics, per i quali lavorerà come assistano-coach agli ordini di John Carroll, subentrato a Jim O’Brien durante la stagione 2003-04.
Bel ricordo Giampaolo, grazie.
Serve a ricordarci che, forse, allora eravamo messi peggio di oggi per tornare competitivi anche con la scelta n. 1.
Adesso sappiamo quanto avrebbe potuto dare Duncan a Boston e non lo sappiamo ancora per Oden o Durant, ma le aspettative sono simili.
Però la base di partenza è diversa, allora i giocatori con una carriera NBA erano solo Walker, Fox e Wesley, oggi Pierce, Wally e Jefferson già valgono più di quei tre e abbiamo tutti gli altri giovani dietro, il futuro è molto più roseo.
Complimenti veramente per questo ottimo articolo.
mi ricordavo di Stacey King come di un’ala-centro e nn una guardia-ala…per il resto…bello l’articolo,a mio avviso,perche’ e’ sempre bello ‘’ricordare’’...anche se annate non proprio fastose, della nostra grande squadra
ricordo perfettamente quella maledetta annata!! 2 ricordi su tutti i pomeriggi passati a vedere coast to coast su tele + per seguire le gare di wake forest :(, e mia madre che andò a boston e mi riportò la jersey di Dee Brown presa al garden,
maledizione, che tempi tristi!
una sola precisazione, Giampaolo: il peggior record di quell’anno (1996/97) era “appannaggio” dei Vancouver Grizzlies (14 W – 68) che però, essendo da poco franchigia da expansion draft, non possedeva diritti di scelta al primo giro (per il vecchissimo CBA).
La domanda su cui mi scervello da anni : Ma se Duncan arrivava a Boston cosa sarebbe successo ?
.
1) Arrivano gli anelli, Pitino diventa un genio
2) Dieci anni di medio alto livello ma il diciassettesimo non arriva
3) Rovinavamo Duncan
4) Le cedevamo dopo tre mesi come fu fatto con Billups.
Per me sarebbe stata la 2.
No dai non scherziamo…..con Timoteo avremmo avuto una solidissima base di partenza ….fatto scelte con maggior tranquillità e probabilmente avremmo vinto 1 o + titoli …....e Pitino sarebbe ricordato come il primo allenatore vincente passato dal college ad una panchina NBA.
bella domanda Leo :-) Di quelle che ci pensi su mezz’ora,poi quando sei sicuro della risposta…pensi che potrebbe anche essere un’altra,quella giusta. Duncan e’stato ‘’svezzato’’ da Robinson…questo e’ un dato di fatto. Nn credo che Tim avrebbe portato il titolo a nessuna squadra NBA quell’anno, che nn avesse avuto o il Generale o Shaq. Dunque,forse un titolo di meno lo avremmo. Ma per il seguito…direi che non avremmo fatto ‘’peggio’’ degli Spurs….
dunque io direi che il caraibico,ci avrebbe portato il 17o…e forse anche qualcosa di piu’.
la 1!
p.s.
Pitino da noi ha fallito, ma ciò nn toglie che cmq è un genio e un grandissimo allenatore!
non si vive di ‘’se’’...altrimenti si finisce per mangiarsi costantemente
gli attributi :-)
pero’...se…: oggi potremmo avere un quintetto composto da Billups, PP,Wally, Jefferson e Duncan.
vabbe’...speriamo in Oden. Ma per lui…valga, a mio avviso, cio’ che ho scritto sopra di Tim : al primo anno, nessuno porta una squadra ‘’media’’ al titolo. A meno che Oden nn sia tanto piu’ forte di Duncan…
Posto che il Ns. punto debole è il centro, ritenete probabile che dalla 3 in poi Ainge scelga solo guardando a questo ruolo?
Hibbert, Hawes, Thabeet, Noah, Horford ( essendo incerto quale tra i 2 Gators possa considerarsi il centro ): chi il migliore per Voi dietro ad Oden?
mi piacerebbe che qualcuno narrasse le vicende di Pitino
in soldoni : Pitino e’ un Sacchi che non ha avuto ne’ Rjikard,ne’ Gullit,ne’ VanBasten. Personalmente ho visto delle ‘’idee’’ di Pitino (soprattutto difensive), che nn ho mai visto altrove. Ma che non potessero venir applicate ai viziatissimi giocatori NBA…questo e’ un dato di fatto. Chi si ricorda la prima partita di Pitino coach-Celts ? Abbiamo battuto i Bulls di jordan,campioni uscenti (senza Pippen…a dire il vero..), ero.iper-eccitato :-)
Pitino conferma una mia teoria (probabilmente sbagliata…) : in NCAA ci sono almeno 10 allenatori (e sono gentile), che come qualita’ tecniche, potrebbero sedersi al posto di 10 allenatori NBA,con maggior successo. Solo che la NBA sembrerebbe essere un’altra cosa,rispetto alla NCAA…
Io non sono così convinto che automaticamente con Duncan a roster arrivava il 17° banner, anche perchè il roster era quello che era, Billups non sarebbe arrivato perchè quella diventava la scelta di Duncan e Pierce poi l’anno dopo non lo prendevi perchè comunque avevi meno chance al draft 98. In sostanza si partiva da Duncan + Toine e una discrata massa di somari, quindi una squadra di medio alto livello lo diventavi senza grandi problemi, ma poi per l’ultimo tuffo verso l’anello passavi di nuovo per le mani di Wallace + Pitino come GM e li i disastri fatti non li poteva di certo evitare la presenza di Duncan a roster.
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Pitino grande coach in senso stretto della parola ma poi per fare il coach in NBA serve anche una discreta doso di saper fare pubbliche relazioni e li Pitino rasentava il disastro, per di più non azzecco mezza trade in 4 anni, insomma grande coach, disastroso interlocutore, peggio ancora dom GM o simile.
Ma che non potessero venir applicate ai viziatissimi giocatori NBA…questo e’ un dato di fatto. (Cristiano)
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Il fallimento di Pitino non è solo l’aver voluto applicare un regime “dittatoriale” in una lega che è sempre più in mano ai giocatori. Ma lo vedrei in chiave “tridimensionale”: oltre a quanto da te giustamente sottolineato, Cristiano, ha voluto imporre dei principi difensivi che, se a livello NCAA pagavano, a livello NBA invece venivano costantemente “superati” dal miglior trattamento di palla dei “pro”. E dal punto di vista manageriale, ha fallito completamente nella valutazione di gran parte dei suoi giocatori con la sola eccezione di Paul Pierce. Ma da Travis Knight a Chris Mills, da Chauncey Billups ad Eric Williams, da Ben Pepper a Jerome Moiso, ha sempre cercato di ottenere il massimo subito, senza provare a sviluppare il talento, a farlo crescere, ad insegnare. Uno “squalo”, insomma, che non dava niente ai Celtics come “insegnante”, ma si comportava come un soldato di ventura. Alla fine però se n’è andato via ridimensionato sotto tutti i punti di vista. Anche se, a rivederli, i suoi Celtics erano messi in campo benino, si passavano la palla e praticavano un gioco più divertente di quello di O’Brien. Come allenatore alla Phil Jackson, dunque, forse non era malissimo, ma sicuramente non si sarebbe prestato ai “sacrifici” a cui Rivers ed il suo staff, nel bene e nel male, si sono sottoposti nelle ultime due stagioni.
quoto cristiano. ricordo quella partita clamorosa se nn sbaglio walker sparò una bomba in faccia a rodman spettacolare. Sicuramente ha un altro carattere Pitino rispetto a rivers, sicuramente sono differenti come coach ma vi prego come valore assoluto accostarli solo per un attimo è una bella bestemmia cestistica.
Mi sembra che diate troppa importanza agli allenatori.
Il GM per me, incide di più dell’allenatore, per non parlare poi dei giocatori.
Magic e Kareem, Jordan e Pippen, Kobe e Shaq avrebbero vinto comunque, da qualsiasi parte, con un allenatore medio e forse anche con uno scarso !
Si riversano troppe aspettative nel coach soprattutto quando il ” materiale umano ” che è a disposizione è scarso. Solo nella mediocrità un buon coach può fare qualche differenza, senza, comunque, poter fare miracoli.
E’ giusto, quindi, che i ” fuoriclasse ” ( non quei buoni giocatori che si credono dei fenomeni ) abbiano, una grossa voce in capitolo nelle decisioni che riguardano una franchigia.
Quella partita fu anomala, comunque, mi pare che i Celtics recuperarono un distacco di 15 punti con una difesa ben oltre il consentito ed approfittando del fatto che i campioni NBA erano in ritardo di preparazione. I Celtics non rubarono nulla, beninteso, ma un’altra partita come quell’opener a Boston Travis Knight non la fece mai più. Compresa la stoppata all’Alieno.
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Non sono d’accordo, Valerio, non è per nulla una bestemmia cestistica, a livello professionistico. A livello college forse sì, ma siccome “Doc” non ha mai allenato nell’NCAA ogni confronto tra i due è ovviamente impossibile. E per quanto hanno mostrato ai Celtics, non mi sentirei per ora di dire che Pitino è migliore di Rivers. Capisco che il tempo cancella i ricordi, ma a ben guardare Rivers a Boston ha un record di 102-144 con una squadra in ricostruzione, dove Pitino invece con una squadra più esperta ha totalizzato un record di…102-146. Altrochè bestemmie, Pitino ha perso un filino più di Rivers, a Boston.
A livello tattico in NCAA Pitino ha avuto pochissimi eguali perchè se devo dirla tutta la sua Kentucky negli anni 90 lasciò per strada un paio di titoli più per sforuna che per demeriti (clamoroso quello del 92 nella finale del’est regional contro Duke con il canestro di Leattner a fil di sirena da 5 metri dopo un lancio da quoterback di Grant Hill direttamente su rimessa da fondo campo), però poi in NBA i suoi problemi più che tattici sono stati umani perchè non ha capito che i suoi metodi dispotici con gente che porta a casa svariate vagonate di dollari non avevano cittadinanza.
Come tattico sicuramente non era peggio del suo successore O’Brien, non credo sia paragonabile a Rivers perchè allenano in due contesti diametralmente opposti.
calcola anche la differenza ti materiale umano a disposizione, cmq sono opinioni, sicuramente sono influenzato nel giudizio essendo un adoratore di Pitino a livello NCAA e detesto Rivers a qualsiasi livello :) il problema di doc è che non riesco a vedere un impianto di gioco che caratterizzi un minimo la squadra, e non è colpa degli infortuni.
calcola anche la differenza ti materiale umano a disposizione (valerio)
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L’ho fatto, Valerio, e mi sono anche guardato almeno 10 partite dei Celtics del 1999 che in campo mandavano in quintetto base: Anderson, Mercer, Pierce, Walker e Potapenko. In panchina: Barros, Bowen, Battie, McCarty e Popeye Jones. Non vorrai mica dirmi che una squadra come questa era da .380? Andò 19-31 nella stagione dello sciopero, sinceramente ci vedo problemi di altro tipo: quelli che Leonardo ha ribadito qui sopra e che io e Cristiano avevamo “costeggiato” poco sopra. Perchè, appunto, l’NBA è una “Players League”, ed il confine tra essere un dittatore come Pitino o un “paraculo” (in senso sportivo, beninteso) come O’Brien è sottilissimo. Rivers per il momento ha gestito ottimamente i rapporti con Pierce, Szczerbiak e Davis, un po’ meno bene quelli con Blount e LaFrentz. Con i giovani è più facile, visto che non sono stelle e sono quindi più “controllabili”, ma anche qui avremo sicuramente occasione di verificare l’operato del coach, che però dal punto di vista umano mi sembra decisamente migliore di quello di Pitino. Che “usava” un po’ di più i giocatori in un atteggiamento “padronale” che alla fine gli è costato caro: l’unico che l’ha abbracciato, dopo aver comunicato alla squadra le dimissioni, è stato Pierce.
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Sull’impianto di gioco, permettimi di “ricavalcare” un mio “leit-motiv”: è troppo presto per dirlo. Io una traccia la vedo, nei pochi schemi usati per rendere le cose più semplici ai ragazzini. L’uso del pick and roll, o dei lunghi in un attacco simil-Providence che sfrutta le capacità di passatore di Perkins e l’abilità di “post-up” di Pierce e Wally. E da quando Jefferson si è svegliato, c’è trippa anche per lui, quindi non è proprio corretto dire che “non c’è un impianto”. Ma magari, se ci incontreremo, potremo verificare tutto davanti ad una pizza e birra, mentre un DVD ci mostra una partita…. ;)
vabbe’...e’Leo che ha lanciato l’OT…mi adeguo :-)
Pitino allenatore…ne abbiamo discusso…e sono in linea con gli altri.
Pitino GM : sono dell’idea di nn dare il doppio incarico…questo per iniziare. Poi…lo scambio scandalo…ma visto 10 anni dopo. Billups nn aveva mostrato doti…che avrebbe dimostrato anni dopo. E Anderson,insomma,..era pur sempre kenny Anderson, e chi ha la mia eta’ sa di cosa parlo. Non dimentichiamo che Billups ha cambiato altre 2 squadre prima di esplodere…ed io nn sono cosi’convinto che sarebbe diventato il giocatore che e’diventato in un sistema diverso da quello di detroit. L’ho gia’ detto piu’volte e nn vorrei ripetermi : per me,l’errore ‘’fatale’’ (ma..imprevedibile,onestamente) e’stato scambiare DeClerq per Potapenko e una prima scelta…che poi si e’rivelata essere Andre’ Miller.
Opionioni per opinioni: con Tim almeno due titoli sarebbero arrivati. Dico questo non solo per le sue doti e per la copertura nel ruolo, ma anche perché Boston sarebbe diventata più appetibile per i FA in cerca di successi. Certo Pierce e Billups non li avremmo avuti dalle scelte.
Sul fatto che mandare via Billups è stato un errore constatato solo 10 anni dopo ho delle grandi riserve. Per me lo si poteva stabilire anche subito. Quando è stato scelto alla #3 non fu una sorpresa. Già in partenza era meglio lui di Van Horn, scelto alla #2, o di Daniels #4. L’unico dubbio che avevo era con T-Mac #, ma i suoi primi due anni non furono un granché se non ricordo male. Per essere un rookie in 51 partite da noi Billups aveva una media punti superiore agli 11 + 4assist. Andare a vedere i dati dei primi due anni di AJ e GG, o del primo anno di RR, che oggi molti considerano il futuro play di una squadra da 17° titolo. E’ diventato MVP delle finali al suo settimo anno in NBA, ma anche l’anno prima a Detroit il suo peso l’aveva avuto. Darlo via era un errore evidente anche nel momento in cui fu fatto.
Il fatto è che il Pitino GM non è mai stato all’altezza del Pitino allenatore. E credo che il problema sia stato proprio quello. E il doppio incarico ha rafforzato in lui il convincimento di onnipotenza che non gli ha permesso di avere i giusti rapporti sul piano umano con la squadra.
Certo che anche i GM che abbiamo avuto dopo non è che abbiano fatto tanto meglio di lui in quanto a scelte, trades ecc. Come al solito aspettiamo il prossimo anno sperando che sia meglio di quello appena finito. Ma almeno stavolta sarà sicuramente migliore perché per fare peggio dovrebbe arrivare il doppio incarico a Rivers, che sarebbe l’unico in grado di emulare ML.
Una domanda: qualcuno di voi sa chi qualcosa di più su Rich Gotham, il nuovo presidente? – Grazie.
Tiber, scusa,
ma anche fosse arrivatoTim…nn vedo perche’ nn avrebbe potuto arrivare Billups. Quell’anno avevao 2 scelte fra le 5, ci capito’ la 3+5…avrebbe potuto capitarci la 1+3…
Su PP scelto alla 10 l’anno dopo…in effetti hai ragione.
Vado un attimo OT ma non abbiamo un topic apposito. Ultime dai Pacers, Walsh sembra si rimetta a fare il GM ma sorpresa vuole rimettere Bird in panchina, mentre Carlisle sembra che annuncerà in ogni caso le proprie dimissioni a breve. Mercato coach pronto ad incendiarsi. Intanto Riley annuncia che allena anche il prossimo anno.
Nel 1997 abbiamo avuto la 3 e la 6. Forse tu dice la 5 perché presero Battie, ma noi prendemmo Mercer, Battie ci arrvò via trade in seguito. Certo che prendere la 1 e la 3 sarebbe stato … E non ci arrivò neanche la 1 da sola. Il mio ragionamento era che invece della 3 avremmo potuto avere la 1. Ma parliamo di ipotesi non realizzate e opinioni in libertà. Adesso, 2007 ci basta almeno la 1.
Oops! Dimenticavo… il riferimento è a quello che aveva scritto Cristiano.
scusa Tiber, nn ti avevo capito…o meglio dicevamo la stessa cosa…in modo diverso. Io,ancora piu’...ottimista di te, dicevo che avremmo potuto avere la 1 e la 3…invece che la 3 e la 6…Dunque Tin&Billups :))
ma hai ragione…adesso concentriamoci, e facciamo strani sortilegi,accompagnati da abbodanti toccate in zone innominabili..e prepariamoci ad Oden :
Io volevo solo ricordare che in quel disgraziato draft 1997 alla sesta chimata avevamo liberi i signori:Anderson Derek,Knight Brevin,Thomas Tim e soprattutto MacGrady Tracy ch e se è vero che allora era un incognita è peraltro vero che sfuggito Duncan il progetto ricostruzione doveva passare per il talento giovanile e allora avremmo avuto Billups. Tmac, Pierce, Walker nel 1999 e poi da lì the Sky is limit. Ed invece abbiamo chiamato Mercer grande atleta ma tiro da fuori e trattamento della palla zero e così poi per le scelte successive Clack invece di Ginobili o Moiso alla 10 ;insomma la fortuna devi anche sapertela andare a cercare non tutti possono fare sei al Superenalotto con una schedina da un euro!!!!!
Dino Radja ancor oggi parla in termini poco gentili di Rick Pitino, che definisce senza mezzi termini “un bugiardo”. E lo stesso Rick Fox ai Lakers indossava la maglietta col numero che prendeva in giro le speranze dei Celtics di arrivare al prossimo titolo senza di lui: ironia della sorte, si è ritirato da Celtic, visto che era “tornato” nello scambio che aveva portato a Boston Gary Payton. Pervis Ellison e Greg Minor, due teste poco pensanti, nonostante un grande talento. Ma quando “Never Nervous” aiuta il compagno in un trasloco e si fa cadere un televisore sul piede, fratturandolo in molti punti, Pitino si accorge di aver fatto l’ennesima castroneria: “Never Nervous” viene ribattezzato “Out of Service” (Fuori Servizio) e gioca solo 69 delle 246 partite “utili” tra il ‘96 ed il ‘98.
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Stavo rivedendo una partita proprio di quella squadra, dalla mia collezione, una gara ad L.A. persa (ma guarda un po’) coi Lakers. Sarebbe da far vedere a tutti gli scontenti di oggi, per far loro capire che, nonostante infortuni e “bambini” in campo, siamo tre piste avanti.