di Leonardo Ancilli
Dopo quasi venti anni l’NBA si tinge di nuovo di verde, in poco più di un mese a Boston arrivano Kevin Garnett e Ray Allen, il tutto senza toccare il capitano Paul Pierce. Il “Pride” è pronto ad invadere l’NBA, per rinverdire i fasti di un tempo ormai troppo lontano. I tempi cupi sono in archivio, da oggi si rigioca per l’anello.
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Gioco lento, gioco veloce o gioco misto?
di Leonardo Ancilli / 14 September 2006
Ed è così che Glenn Doc Rivers si ritrova ad essere senza ombra di dubbio il personaggio chiave dell’annata Celtics, con una pressione da sopportare infinitamente superiore a quella della stagione passata, dove si partiva per una stagione dichiaratamente di transizione, dove a conti fatti a posteriori per tre mesi si è dovuto far fare vetrina ad alcuni giocatori da cedere, e dove una serie infinita di infortuni ha avuto un peso molto rilevante sull’esito della stagione stessa.
Dunque se l’anno passato non c’era un obbiettivo prefissato in termini di risultati, e quindi certe mancanze sono state superate senza grandi patemi, se con molti mugugni dei tifosi, quest’anno c’è un obbiettivo dichiarato ossia quello di tornare ai playoff, obbiettivo che non può essere fallito, e dunque Rivers vivrà una stagione con una lama a doppio taglio per le mani, ben coscio che ogni gara sarà dovrà essere una mini battaglia per l’esito finale della stagione, e che eventuali margini di errore dovranno essere ridotti al minimo. Si parte con un roster molto più lungo della passata stagione, le principali carenze strutturali sono state rimediate in fase di mercato, abbiamo in Ratliff un lungo che difende e porta esperienza, Rondo e Telfair sono quei due playmaker che sono stati invocati a lungo la passata stagione, e la panchina sembra molto più solida e profonda della passata stagione, il tutto affiancato al rinnovato a vita o quasi Paul Pierce chiamato a replicare il rendimento stellare della passata stagione. Ecco quindi che Rivers è chiamato a fare dei cambiamenti radicali rispetto alla passata stagione anche a livello tattico tecnico. Ho individuato dieci punti principali su cui il Doc dovrà lavorare :

Non si può non partire dalla difesa, vero tallone di Achille della passata stagione. Lo stesso Paul Pierce dichiarò candidamente che il tempo dedicato alla difesa in allenamento era minimo, ma la storia NBA insegna che senza difesa non vai da nessuna parte, ecco quindi che il primo vero upgrade al gioco dei Celtics deve partire da qui. Lo scorso anno la difesa poteva senza ombra di dubbio essere etichettata come irritante, bastava guardarsi una partita dei Celtics per vederci dentro un campionario di oscenità tecniche, giocatori poco interessati, scarse regole difensive, raddoppi spesso e volentieri fatti con tempi sbagliati, pessima copertura della riga di fondo, esterni che spesso e volentieri perdevano l’uomo sul primo passo in penetrazione, affidandosi quindi alla copertura dei lunghi, solo che non avendo intimidatori di primo piano, il tutto si risolveva con il fallo del malcapitato lungo, con Jefferson e Perkins (peraltro inesperti in merito) letteralmente messi in croce per tutta la stagione per l’esorbitante numero di falli commessi, difesa sul Pick N’Roll assolutamente inadeguata con il piccolo sempre incerto sul passare davanti o dietro a lungo per difendere sull’avversario, pessima copertura del contropiede primario, anche perché giocando spesso ad alto ritmo si era molto vulnerabili in merito, insomma ce ne era per tutti i gusti.
Strada facendo qualche piccolo passo in avanti si è visto, tant’è che qualche volta con l’applicazione della più scontata delle zone si sono visti netti miglioramenti. Un minimo di quadratura sul finale della stagione l’avevano dato il recupero fisico di Tony Allen che se è sano è una brutta bestia per tutti, e il largo impiego di Ryan Gomes, che non sarà di base un grande difensore, però è uno di quelli che fa quadrato, che tiene la posizione, che mette in campo grinta e un mare di intangibles, che non risultano nei boxscore ma tornano tanto utili a fine gara. Presi individualmente giocatori dei Celtics, o meglio alcuni di loro hanno tutto per difendere, Pierce in passato quando contava nei playoff ha dimostrato di essere un difensore ostico per chiunque, Tony Allen come detto se sano mette furia a tutti gli esterni o quasi, basta chiedere a Kobe Bryant nella gara a Boston contro i Lakers oppure a Dwayne Wade che un paio di anni fa fu totalmente annebbiato da un Allen letteralmente in missione, Rajon Rondo nella sua permanenza a Kentucky si è mostrato come un difensore superbo, lo stesso West più di applicazione che di talento è un difensore da non sottovalutare. Tra i lunghi Perkins si è già mostrato come uno con cui non scherzare sotto le plance, Ratliff per anni è stato l’icona del centro che difende, e come detto lo stesso Gomes può fare la sua parte. Quindi gli uomini per fare una squadra difensiva in determinati momenti della gara ci sono tutti, e dunque sta a coach Rivers prender atto di quanto non andava la passata stagione e trovare i rimedi adeguati, aiutando magari quelli difensivamente più deboli e inesperti coprendoli con un sistema difensivo adeguato come fece ad esempio Dick Harter in passato con due pessimi difensori come Antoine Walker e Kenny Anderson. Qui non sono molto permissivista verso il Doc nel senso che se dopo due mesi il record fosse sotto il 50% e la difesa non avesse fatto sostanziali miglioramenti, la posizione del coach andrebbe presa seriamente in esame.
La passata stagione i Celtics di fatto non hanno mai avuto una rotazione ben predefinita prima della gara, ma si sono sempre adeguati gara dopo gara alle esigenze della partita, con Rivers che dava l’idea di “vivere il momento” con rotazioni apparentemente molto casuali. In verità ci sono stati anche molti problemi dall’inizio alla fine della stagione. Siamo partiti con quella che poi a fine gennaio si è dimostrata la chiara volontà di cedere Mark Blount e quindi si è dovuto sovresporlo a più non posso, per di più con la rotazione degli esterni risicata all’osso, con Tony Allen e Marcus Banks fuori fino a fine dicembre, Gerald Green lasciato in palestra a lavorare sul proprio fisico e poi dirottato in NBDL, con Dan Dickau che si è fatto male subito, lasciando quindi Pierce e Davis senza cambi a giocare minutaggi da miniera e con l’onesto Orien Greene a dare una mano a Delonte West nelle sue prime gare da playmaker. Dopo la trade con Minnesota, quando doveva essere il momento di Jefferson e Perkins i due si sono infortunati, Pierce sparava prestazioni da urlo con un gomito a pezzi per la borsite, e infine anche Wally Szczerbiak è stato costretto a fermarsi per un’operazione.
Quest’anno non ci sarà niente di tutto questo, non ci sono giocatori da esporre sul mercato e quindi è ragionevole pensare a qualcosa di più programmato in termini di rotazione. E se l’hanno scorso per la panchina era il tempo delle vacche magre quest’anno la cosa soprattutto per gli esterni è ben diversa con 8 giocatori tutti presumibilmente in grado di dare 15 minuti di campo senza particolari patemi. Stanno alle austere dichiarazioni estive Delonte West sarà usato come cambio di lusso per gli esterni, quindi il tutto farebbe presumere che Sebastian Telfair sarà il playmaker titolare con Rajon Rondo alle sue spalle. La rotazione nei ruoli 2-3 è quella più satura e quindi non sono da escludere mosse sul mercato. Allo stato attuale Pierce e Wally saranno i due titolari con ampi minutaggi, anche se forse leggermente inferiori a quelli della passata stagione, West come detto sarà il loro cambio, ma andrà fatto posto anche ad un Gerald Green che da Las Vegas ha dato importanti segnali di crescita. Ci sarebbe anche Tony Allen e persino un Allan Ray che all’evenienza il canestro può sempre trovarlo come dimostrato con percentuali altissime a Las Vegas. Difficile dare spazio a tutti, ma meglio uno in più che uno in meno come ben sappiamo. Più risicata la rotazione dei lunghi, anche se qui qualcuno ci ha visto un chiaro segnale di Ainge per obbligare Rivers a far giocare Jefferson e Perkins dopo le tante polemiche della passata stagione in merito al loro scarso impiego. La rotazione vera dovrebbe essere tra loro due e Gomes e Ratliff. Difficile capire chi andrà in quintetto, molto importanti saranno gli accoppiamenti tra i due lunghi. A roster c’è anche Brian Grant che però Ainge ci tiene a ribadire che non sarà utilizzato, ma solo tenuto in frigo per eventuali trade, al bisogno c’è anche il deludente Scalabrine e uno tra Jones e Pittsnogle, perché essendo ad oggi in 16 a roster uno dei due presumibilmente verrà tagliato a fine pre season. Insomma Rivers ha tutto per una rotazione profonda anche in caso di infortuni, serve solo chiarezza nei ruoli e non quell’apparente confusione messa in mostra nella passata stagione, e questa chiarezza con tanti giovanissimi a roster è un fattore fondamentale per non creare in loro false illusioni, e bruschi cali di morale, ma bensì mettendo chiaramente ognuno di loro di fronte al proprio ruolo in maniera chiara.

Questo lo ammetto è un mio cruccio, ma io sono cresciuto guardando il basket di 20 anni fa, quando si giocava con un play, due esterni nemmeno tanto intercambiabili e due lunghi in post basso, anche qui con specifiche ben distinte. Oggi il basket NBA ha completamente deformato molti ruoli, i lunghi non vengono più visti come ala grande e centro, ma come coppia di giocatori nel loro complesso, spesso e volentieri completamente intercambiabili tra di loro. Sta di fatto che lo scorso anno i giochi chiamati da Doc Rivers per i lunghi erano praticamente inesistenti, e quei pochi che venivano eseguiti portavano Raef LaFrentz al tiro da tre punti. E’ mancato totalmente un minimo di gioco in post basso. Sono due anni che si parla di Al Jefferson come un possibile crack, ma mi domando come faccia a dimostrarlo se non viene mai cavalcato con giochi specifici per lui che gli portino palla in situazione ideali per lui per mandarlo a canestro. Il discorso sarebbe poi estendibile anche a Perkins e Gomes, anche se quest’ultimo ha una discreta capacità di creare da solo da situazioni statiche che talvolta gli hanno fatto fare serate offensive. Qui il Doc deve dare una bella svolta alle sue idee che spesso si fossilizzano troppo sul gioco sugli esterni che da spesso buone percentuali, ma poche varianti di gioco nel complesso di squadra, ma soprattutto rende inutili o quasi due giocatori su cinque in attacco che finiscono solo per riempire l’area e tenere impegnati l’avversari. I recenti titoli vinti nell’NBA partono tutti da lunghi dominanti (di fatto nel dopo Jordan hanno vinto 4 titoli Shaq, 3 Duncan e uno i due Wallace) e da varianti di gioco ben elaborate per esse e i loro compagni nei pressi del canestro. I fatti sono inopinabili il successo nell’NBA parte da sotto le plance e i Rivers deve allargare anche ai nostri lunghi le varianti di gioco.
L’anno scorso è stato un mezzo calvario da cui ne siamo usciti decentemente solo grazie al grande QI cestistico di Delonte West, guardia riciclata in play, su cui però in molti hanno puntato il dito, quando le cose non andavano a dovere soprattutto sulla gestione del possesso palla, e sull’impostazione del gioco, ritenuta troppo legata al penetra e scarica, senza grandi ulteriori varianti. Già dal finale della stagione passata si capiva che ci sarebbero stati cambiamenti in play, prima Pierce disse chiaramente che ci voleva un play esperto, e poi le stesse parole furono ribadite da Ainge. Di play ne sono addirittura arrivati due, solo che in quanto ad esperienza andiamo maluccio visto che hanno 40 anni in due. Sebastian Telfair dovrebbe essere lo starter del ruolo. Ne abbiamo parlato in diversi articoli sul nostro sito, personaggio suo malgrado fuori dal campo, ma alla fine quello che conta sul serio è come gioca. Sebastian è un play a cui piace giocare ad alti ritmi, ma che allo stesso tempo sa anche gestire la squadra davanti alla difesa schierata. Tocco morbido e rilascio palla da 10 e lode, gli piace penetrare scaricando la palla al compagno, ha una buona selezione di tiro, ma però il tiro dalla lunga va e viene. Unica seria controindicazione un 57% dai liberi che per uno che usa la penetrazione come prima soluzione di tiro è un capestro non da poco. Individuato da Ainge come migliore di tutti i play del draft, ha tutto in regola per costruirsi una buona carriera NBA, ma avrà allo stesso tempo bisogno di tempo per addentrarsi nel ruolo, perché 20 anni sono 20 anni e per un play che ha saltato una scuola di vita come il college pesano pure di più. I compagni sono già entusiasti, Jefferson dopo pochi allenamenti dichiarò che nessuno gli aveva mai dato la palla in post come lui. Resta da vedere quanta consistenza potrà dare in un roster giovanissimo che di un play che dia i tempi e i ritmi giusti ha un bisogno quasi soffocante.
Se non ne bastava uno di play in erba, ecco il secondo, Rajon Rondo da Kentucky, già oggetto di culto o quasi tra i tifosi Celtics. Ai tempi del liceo era ritenuto addirittura migliore di Chris Paul, poi dopo una più che buona carriera universitaria a Kentucky, ne è uscito un giocatore molto diverso, solido difensore, lavoratore dall’etica perfetta, ottime dote di regista, secondo molti troppo soffocate nel sistema di Kentucky, ma un tiro dalla media e dalla lunga distanza tutto da costruire, cosa che spaventa non poco i tifosi del trifoglio dopo l’esperienze finite male con Marcus Banks e Orien Greene. Rondo però rispetto ai due sopracittati sembra avere qualcosa di più e c’è addirittura chi lo ha paragonato al Gary Payton di inizio carriera. Per i Celtics molto realisticamente sarebbe sufficiente ricavarne almeno inizialmente un buon cambio con spiccate doti difensive. Molto atteso anche lui, una speranza in più nel cannone biancoverde. Al bisogno sarà probabilmente usato da play anche Delonte West per cui però inizialmente sarà previsto un utilizzo come guardia tiratrice. Un apporto di qualità per tutti i 48 minuti in cabina di regia sarà un fattore molto importante per la crescita del gioco della squadra, e qui Rivers sarà chiamato a cambiare qualcosa in fase di impostazione, cercando soluzione più valide davanti alla difesa schierata, cosa che ha fatto penare non poco i Celtics nelle ultime due stagioni. Il talento c’è adesso va usato al suo meglio.
Lo scorso anno avevo messo spesso in evidenza una brutta passività del roster di fronte ad ogni tipo di sconfitta, brutto a dirsi ma mancava proprio quel Pride di cui i Celtics hanno fatto la loro bandiera. Quest’anno non essendoci incertezze sugli spazi concessi ai giocatori, non essendoci da far fare vetrina a nessuno, ci vuole una squadra più presente di testa e con più voglia di lottare e soffrire, anche perché una rotazione molto più ampia può consentire di gestire molto meglio le energie in una stagione lunga e massacrante come quella dell’NBA. Guardando i Mondiali in Giappone ho visto la nostra Italia giocare ogni gara come se fosse l’ultima della vita, un roster tutto sommato limitato e privo di alcuni pezzi forti, che ha battuto con il cuore e con la grinta squadre ben più forti come la Slovenia e Portorico, arrivando persino a mandare in crisi per più di mezza partita il Team USA. Forse far vedere un po’ di tape di quelle gare al roster non sarebbe male. Questo è un aspetto del gioco in cui secondo me l’impronta del coach si vede molto, spero di vedere grandi passi avanti in merito.
Nell’NBA sta prendendo sempre più piede ovunque l’ One Man Show, ossia coach che cavalcano a più non posso il loro giocatore più forte, relegando il resto della squadra a compiti molto marginali. Abbiamo visto tutto questo al meglio nella serie tra Cleveland e Washington, o meglio tra LeBron James e Gilbert Arenas con gli altri a fare comprimariato. Se questo da una parte in certe situazioni può tornare utile, farne una situazione continuativa o peggio ancora la base del sistema di gioco come successo ai Lakers con Kobe, sarebbe quanto di più sbagliato potrebbe succedere. Non credo che Rivers si abbandoni a queste cose, anche se in passato ai Magic con il miglior McGrady lo aveva fatto, però il Pierce della passata stagione da una parte potrebbe far venire la tentazione di farlo. Invece Pierce va visto come un giocatore al servizio della squadra chiaramente con tutte le licenze concesse al leader.
Tema dell’estate, un po’ ovunque si addice a Rivers la presunta voglia di giocare alla Suns. Secondo me ci sono mille controindicazioni nel farlo. La prima è che per un tipo di gioco del genere hai bisogno di Steve Nash o comunque di un play del suo valore, e a Boston non c’è. La seconda prevede l’utilizzo di uno o più lunghi in grado di correre, e anche qui andiamo male con il solo Gomes in grado di farlo, senza sapere poi a che livelli. La terza riguarda il tiro da tre punti, fattore assolutamente primario nel sistema di gioco di Mike D’Antoni, che necessita molti di specialisti del tiro, a Boston tolto Pierce, gli unici due che hanno in sarga un tiro da tre abbastanza affidabile sono Delonte West e Wally Szczerbiak, nessuno dei lunghi ha tiro da fuori, e anche i due playmaker stanno messi male da quel punto di vista, per di più Rivers non ha mai caldeggiato molto l’uso continuativo del tiro da tre punti. Forse a Boston si cade nel banale errore, di pensare che se si gioca a ritmo alto come giocano sia Celtics che Suns per forza di cose si può giocare come loro, invece il grande segreto nemmeno tanto nascosto dei Suns, non è la velocità e nemmeno il tiro da tre punti, ma il saper creare meravigliose spaziature a centro area con lunghi veloci e in grado di tirare dalla distanza, associate ad una circolazione di palla sul perimetro che di fatto genera sempre ottimi tiri o ottime situazioni per penetrare agli attaccanti. Il gioco dei Celtics della passata stagione tendeva essenzialmente a ingolfare l’area perché c’erano lunghi statici e penetratori che andavano dentro di continuo. I due sistemi sono distanti anni luce e non credo sia applicabile una replica del gioco dei Suns con il nostro roster.
Da un anno ormai si parla chiaramente di loro due come i giocatori chiave del futuro dei Celtics e quindi dovranno essere i sorvegliati speciali della stagione, ma anche maggiormente tutelati, sia in termini di minutaggio sia in termini di impostazione di gioco. Jefferson è al terzo anno, i primi due sono stati minati da quattro preoccupanti infortuni alle caviglie ma anche da un atteggiamento troppo soft e passivo da parte sua, accompagnato da una difesa molto arcaica. Per lui è l’anno della verità, deve dare il primo concreto e reale segnale che può diventare quel giocatore in post basso da 20+10 che i Celtics cercano. Per Gerald Green il discorso è diverso, ragazzo partito molto indietro è cresciuto moltissimo durante la stagione, e anche a Las Vegas ha fatto ottime cose. Se si tratta di far canestro non ci sono problemi, difensivamente per ora siamo all’ABC. Rivers notoriamente non si fida dei giocatori giovani, preferendogli gente con meno talento ma con più esperienza, ma con questi due dovrà fare un attimo violenza alla propria indole, senza ovviamente dargli per scontate certe cose o certi spazi che comunque i due se li devono sudare. Così servirà moltissimo il proteggere le loro lacune difensive, in dei sistemi adeguati a queste situazioni, dando così quello spazio che i due necessitano per rendersi conto perlomeno se siamo davanti a due potenziali All Star come si spera o solo a due buoni giocatori.

Sopra abbiamo analizzato le situazioni di Jefferson, Green, Telfair e Rondo, ma la gioventù a roster non finisce li. Kendrick Perkins molto probabilmente sarà il centro titolare, lottatore, giocatore duro e spigoloso, il nostro piccolo Ben Wallace è una delle pietre angolari del futuro Celtics, massima fiducia in lui anche da parte di Rivers, sperando che il ragazzo non ricaschi troppo spesso nel problema dei falli. Altra certezza a roster Delonte West, che sembra in più incallito dei veterani e che invece è solo al suo terzo anno nell’NBA. Dovrà probabilmente riciclarsi come sesto uomo di lusso, dopo un anno da titolare, ma il avrà spazio anche perché il coach crede ciecamente in lui. Tony Allen è anche lui al terzo anno, difensore supremo, attaccante discontinuo senza grande costanza al tiro da fuori, contropiedista folle, il classico giocatore che tutte le squadre di alto livello vorrebbero avere a roster. La sua situazione non è semplice c’è un processo in mezzo per la nota rissa a ristorante dell’anno scorso, ma anche la sensazione che il roster degli esterni sia sovraffollato e che qualcosa potrebbe succedere prima di inizio stagione con Allen prima vittima sacrificale sul mercato. Ryan Gomes è un’altra certezza o quasi, uomo da rotazione sicuro. Questi quattro sono giocatori sicuri e affidabili da rotazione, su cui Rivers non avrà particolari problemi di rendimento. A Roster ci sono anche tre rookie, Leon Powe potrebbe ragionevolmente prendersi qualche minuto in ala grande, più difficile vedere in campo Pittsongle, lungo con predilezione con tiro da fuori e molto inconsistente in difesa, mentre il destino di Allan Ray tiratore mortifero in uscita dai blocchi
È legato ad eventuali operazioni di mercato, infatti ad oggi la rotazione degli esterni molto satura, ma potrebbe tornare utile in caso di trade. C’è ancora Dwayne Jones. In buona sostanza Rivers tolti Pierce Wally e Ratliff ha a disposizione solo giocatori nel contratto da rookie, e con i giovani si sa la gestione spesso deve essere fatta anche sul lato umano e non solo su quello tecnico, quindi il lavoro di gestione a cui è chiamato il coach è molto delicato per far si che crescano tutti insieme, senza bruciarne nessuno perlomeno tra quelli su cui si punta. Due di loro di sicuro andranno in NBDL, allo stato attuale delle cose uno tra Pittsnogle e Jones verrà tagliato, l’altro andrà in lega di sviluppo con Allan Ray, mentre Leon Powe dovrebbe entrare nel roster degli attivi.
Ci attendono ben 19 back to back, quindi quasi la metà delle nostre gare saranno giocate in questa scomoda situazione che lo scorso anno ha fruttato il poco invidiabile record di 6 vittorie a fronte di 26 sconfitte, con la brutta sensazione che Rivers avesse le idee veramente poco chiare come gestire questo tipo di situazione, soprattutto nei primi due mesi ci ritrovammo a perdere quasi tutte le gare giocate nei back to back, che ci programmavano una prima gara con una tra le migliori dell’NBA e la seconda con una più abbordabile. Rivers giocò sempre la prima gara come se il giorno dopo ci fosse riposo, dando minutaggi altissimi ai giocatori migliori, trovandoseli stanchi il giorno dopo, dove arrivarono dolorosissime sconfitte con squadre nettamente alla nostra portata. Non è bello fare calcoli, ma quando non sei una squadra di vertice in grado di vincere con tutti quanti, devi fare delle scelte, che non significano andare in campo nella prima gara per perdere, ma giocare la propria gara, con rotazioni più larghe, in modo da non compromettere la gara seguente.
Buon lavoro Doc, ne hai bisogno !
Mamma mia, quanta carne al fuoco!
Provo ad andare per ordine, anche se alcuni problemi avevano la stessa causa.
DIFESA – Concordo con quanto rilevato da Leo, però il roster giovanissimo di un anno fa difettava di esperienza NBA e capacità di apprendere e applicare meccanismi di gioco complessi: un esempio, gli Spurs pare abbiano (fonte Flavio Tranquillo) 15 difese codificate, ma loro erano i campioni uscenti con una squadra di super veterani.
Intendo che per la complessità del gioco è necessaria anche la conoscenza tecnica di movimenti e situazioni che una coppia di lunghi come Al e Perk non possedeva, avendo zero esperienza di college e solo 1.634 minuti in due di NBA “under the belt”.
ROTAZIONE – Non era definita in parte nei lunghi, perchè tra i piccoli c’era poca scelta con una panchina dopo poche partite limitata a Banks, Greene e Reed.
Ora l’abbondanza regna e sarà obbligatorio non spremere Pierce per averlo lucido nei finali, ma anche ruotare gli altri, vedremo, bella sfida.
GIOCHI PER I LUNGHI – Vedremo il “modulo” scelto, cioè se Rivers vuole privilegiare la velocità con Gomes oppure un Jefferson sotto canestro (ne dubito), però vale il discorso fatto prima per la difesa: l’esperienza limitata ha pesato, inoltre la situazione di Blount ha ulteriormente complicato il lavoro.
REGIA – West ha fatto il massimo e ha superato di molto la sufficienza, ma abbiamo sempre scritto che serviva aiuto, Banks era prima infortunato, poi più un peso che un aiuto e Greene era un rookie con limiti tecnici.
Da questa situazione non è difficile migliorare e Ainge ha valutato che scommettere su Telfair pagherà più che scegliere un collegiale o un veterano di rincalzo, vedremo: certo la profondità nel ruolo è ora molto superiore
APPROCCIO ALLE GARE e GESTIONE BACK TO BACK – Che unisco perchè credo che una squadra più unita (come leggiamo dovrebbe essere) e più esperta avrà maggiore possibilità di restare focalizzata su questi punti, anche se i back to back sono complessi per ogni squadra che non sia fortissima.
NON SOLO PIERCE E SMALL BALL – Anche qui unisco i due punti: Pierce è una grande star che ha firmato il nuovo contratto non solo per soldi, ma anche per quanto ha visto che viene costruito o si prova a costruire. Non credo sia nel momento della sua carriera in cui cerca le statistiche (tipo Arenas), quindi acceterà di buon grado 3/4 minuti e tiri in meno se i sostituti saranno all’altezza.
La small ball cosa c’entra? Intendo che un ritmo di gioco più alto obbligherà anche a cambi e riposi più frequenti, compreso il capitano.
I GIOVANI – Che hanno però un anno di più di esperienza, fattore da non sottovalutare.
Certo ci sono grosse differenza tra loro, però ormai Perkins, West e Gomes hanno dimostrato le loro doti e devono solo proseguire nei progressi già fatti, mentre Jefferson è il vero, reale e unico dubbio: è guarito dagli infortuni? Se così fosse, dipende davvero solo da lui, perchè poi i minuti li avrà.
Per Green è solo questione di tempo, vorrei che la fine della stagione diventasse solo una alternativa valida dalla panchina, un cambio su cui contare non solo nel garbage time, ma anche quando conta, per il resto ha tempo e non deve avere fretta.
In conclusione un “pivotal year” per la squadra e per Rivers: arrivare a Natale di molto sotto il 50% e senza i miglioramenti delineati da Leo sarebbe grave e credo obbligherebbe Ainge a riflettere sul resto della stagione.
Buon lavoro.
Come spesso accade nelle approfondite analisi di Leo, finisci per avere così tanta carne al fuoco che poi fai fatica ad addentarla tutta. Ed allora assaggio qua e là, soffermandomi sui punti che destano le mie riflessioni….
DIFESA: tutto vero, il Doc in quanto coach è responsabile della difesa. Ma a me hanno sempre insegnato che la difesa è soprattutto una questione di testa, e che devi VOLERE fermare l’avversario. Questo non per spostare l’attenzione dall’allenatore ai giocatori, ma per dire che la parola DIFESA ha sei lettere: i cinque giocatori + il coach.
GIOCHI PER I LUNGHI: Non sono d’accordo che fossero “praticamente inesistenti”, ricordo Jefferson servito sulle tacche e Gomes che “rollava” a canestro dopo il “pick”: non era solo merito suo e del suo “creare da situazioni statiche”, ma anche di chi gli recapitava la palla sui pick and roll o sui raddoppi ai tiratori. Sulla difesa sono d’accordo, ma l’attacco dei Celtics non mi sembra malvagio, specie se consideriamo la giovane età ed i “chiari di luna” mostrati da molte squadre NBA, Lakers in primis.
SMALL BALL: la squadra veramente forte è quella che sa cambiare. Non perché glielo impone l’avversario, ma perché è capace di trovare sempre il modo migliore per sfruttare le debolezze altrui. Lo “Small Ball”, quindi, così come tutte le soluzioni offensive, dalla “Princeton Offense” alla “Isolation” ed al “Pick ‘n’ roll” per citarne solo tre, non dovrebbe assurgere a “sistema”, ma di volta in volta dovrebbe essere sfruttato quando serve. E’ chiaro che contro la difesa di Detroit, per esempio, l’Isolation è un suicidio annunciato, ed allora devi giocare un attacco più intelligente: Pierce penetra e viene raddoppiato in aiuto da Wallace e McDyess? Bene lo “Small Ball” con un Gomes (avversario diretto di uno dei due lunghi) a colpire sugli scarichi….. ma, ripeto, la chiave dell’attacco sono sempre la duttilità e l’intelligenza.
GREEN E JEFFERSON: il problema dei Celtics sui giovani lo riassumerei con una battuta: quelli con maggior talento (Green e Jefferson) sono anche quelli meno pronti mentalmente, mentre quelli più pronti con la testa (West, Perkins e Gomes) non hanno la caratura delle Superstelle. Se vogliamo che Boston torni ai fasti passati, abbiamo bisogno che Jefferson e Green diventino degli ottimi giocatori.
I BACK TO BACK: il problema di Rivers nei “back to back” risiedeva nella panchina poco lunga e negli infortuni, fatti che lo costringevano a lasciare in campo i migliori per non perdere contatto con l’avversario. Nella prossima stagione la maggior esperienza e profondità del roster dovrebbero permettere una maggior libertà di manovra al coach, con i ruoli di guardia ed ala piccola decisamente più ricchi sia in termini di qualità che di quantità.
Lascio il link a un articolo su Sports Illustrated nel quale Rivers è addirittura il coach con la panchina più bollente ….......
http://sportsillustrated.cnn.com/2006/writers/chris_mannix/09/13/inside.nba/1.html
Risposte varie:
3) anch’io sono per il vecchio stile di gioco, con due lunghi che giocano sotto canestro, ma bisogna guardare la realtà e capire che il basket è cambiato, questo però non vuol dire che i lunghi debbano vivere di quello che raccattano per il campo (Christian)
Il basket sarà pure cambiato ma ripeto negli ultimi 8 anni 4 titoli Shaq, 3 Duncan 1 i Wallace, Dallas per andare in finale ha dovuto rallentare e iniziare a difendere. per il resto per i Suns partono in pole, ma quel tipo di gioco per ora non ha dato i risultati sperati chiedere a Sacramento fino al 2003 compreso e alla stessa Dallas del trio Nash Finley Nowitzki.
Questo non per spostare l’attenzione dall’allenatore ai giocatori, ma per dire che la parola DIFESA ha sei lettere: i cinque giocatori + il coach (Legend)
Questa è buona e me la segno, e poi in parte anticipa il mio pezzo di giovedì prossimo il cui succo è che possiamo criticare coach e GM solo se il roster proferisce il massimo del suo potenziale, se così non fosse per i processi si parte dai giocatori che andando sul campo hanno il massimo delle responsabilità.
Intervento biblico, a dopo per i commenti
Scusate il ritardo ma l’articolo è molto lungo e c’ho messo un pò per leggerlo. i complimenti per leo sono di rito ma non per questo meno meritati. per il resto:
1) difesa: sottoscrivo.
2) rotazione: sottoscrivo
3) giochi per i lunghi: Non sono d’accordo: capisco che si tratti di modi diversi di vedere il basket ma i giochi per lunghi rallentano il gioco ed è giusto chiamarli nel momento in cui si ha un giocatore dominante (diciamo anche solo incisivo) in post, altrimenti meglio perseguire altre strade. Tale giocatore può essere solo Jefferson: quindi Sì, a patto che cominci a fare sul serio, altrimenti NO, nè per lui nè per gli altri…
4)cabina di regia: mi esprierò il 2 ottobre su questo.
5)approccio alle gare: sottoscrivo.
6)Pierce: è un problema di molti, eccessivo accentramento del gioco su unico giocatore. Pierce peraltro ha già dimostrato di poter creare sia per sè che per altri; credo sia un falso problema.
7)smallball: Se Rivers cerca di imitare i Suns ne vinciamo 20… il punto è che small ball significa solo giocare con un quintetto piccolo e mobile, ci sono tanti modi di farlo: se serve a esaltare i nostri pregi e a incasinare gli accoppiamenti difensivi degli altri può funzionare, se si trasforma in una folle ricerca di un tiro nei primi 5-10 secondi dell’azione (magari da tre) allora andiamo proprio male.
8) e 9) giovani: Concordo, anche se fino a un certo punto perchè i minuti vanno guadagnati e una certa competizione potrebbe non far male. domanda amletica: dov’è che finisce la severità e comincia l’atteggiamento punitivo? mah…
10) back to back: sottoscrivo e sottolineo dieci volte!!!!
Tale giocatore può essere solo Jefferson: quindi Sì, a patto che cominci a fare sul serio, altrimenti NO, nè per lui nè per gli altri (Sergio)
Giusto Sergio nulla da dire ma come fa Jefferson a dimostrare quello che vale se non gli viene chiamato un gioco che sia uno? Lo scorso anno io ho visto lampi di autentica classe, nella gara contro Golden State a Boston a cavallo tra il primo e il secondo quarto fece cose da Duncan o Garnett, un autentico dominio se non erro 5 canestri su 5 tiri, altrettanti rimbalzi e un paio di stoppate in meno di cinque minuti, dopo di che … palla ad altri per il resto della gara. Ecco qui Rivers non lo capisco e spero proprio che in merito ci sia un brusco cambio di tendenza.
ma come fa Jefferson a dimostrare quello che vale se non gli viene chiamato un gioco che sia uno? (Leo)
Quelli buoni, se li metti spalle a canestro, segnano anche senza schemi. E se li raddoppi, cacciano fuori la palla per il tiro da 3, su cui Wally e compagnia andrebbero a nozze. Non vedo molti giochi chiamati espressamente per Shaq o Duncan…..
E’ nato prima l’uovo o la gallina?
Avete ragione entrambi e sono certo che se le caviglie di Jefferson lo lasciano tranquillo, lui saprà trovarsi minuti e occasioni per convincere Rivers ad allestire qualche gioco mirato.
Spero che abbia fatto tesoro delle esperienze negative degli ultimi due anni (ma anche dei momenti buoni), perchè se diventasse una presenza (non pretendo un All Star) nei prossimi due anni, molte speranze potrebbero rinascere.
Chiarisco il punto 3. è chiaro che qualche chiamata per i lunghi ci sta (anche l’anno scorso c’era), è d’altronde vero che i giocatori forti segnano anche senza un gioco appositamente chiamato per loro (Fabio), io però mi riferivo a una tendenza più generale a voler giocare a difesa schierata per servire i lunghi, è questo che mi crea problemi. faccio un esempio: miami con wade e il “pazzo” (williams) potrebbe correre moolto più di quanto non faccia ma chiaramente aspettano il cagnone, stesso discorso per san antonio con ginobili e parker (loro aspettano il caraibico). io non intendevo ovviamente “Non passate la palla a Jefferson”; ma più semplicemente “Se jefferson vuole una squadra che gioca ai suoi ritmi, e tanti palloni allora deve PRIMA dimostrare che se li merita”. fino ad allora spingo la transizione primaria e secondaria, e privilegio dei lunghi (Gomes) che possano giocare in questo sistema.
Sul fatto che gli ultimi 8 titoli li abbiano vinti Shaq e Duncan: è chiaro, è l’unica verità trascendentale del basket: il centro dominante vince (e fa vincere) i titoli!! il discorso è che se non hai uno dei primi 2-3 lunghi della lega ti devi arrangiare diversamente e cercare di vincere in un altro modo (si può, ci sono molti esempi, è più difficile ma si può), e non trattare i tuoi lunghi come Shaq nella speranza di ottenere risultati… peraltro la suddetta verità trascendentale (pur restando sempre vera) ultimamente vacilla più per latitanza dei lunghi che per altro, quindi vincere titoli senza un big man dominante diventa sempre più possibile.
Quelli buoni, se li metti spalle a canestro, segnano anche senza schemi. E se li raddoppi, cacciano fuori la palla per il tiro da 3, su cui Wally e compagnia andrebbero a nozze. Non vedo molti giochi chiamati espressamente per Shaq o Duncan….. (Fabio)
Secondo me paragonare Duncan e Shaq al loro ingresso nell’NBA a Jefferson non è giusto, Duncan veniva da 4 anni di college, Shaq da 3, Jefferson invece il college non lo ha fatto per nulla, l’anno prima di venire ai Celtics segnava 42 punti di media a gara, e mi immagino siano stato frutto di 16-18 schiacciate e il resto di appoggi nati da movimenti di potenza. Il paragone caso mai andrebbe fatto con i due all’ultimo anno di liceo, e poi abbiamo scomodato i due migliori al mondo.
Però sapevamo tutti che Jefferson non era pronto e che andava costruito pian piano, ma se poi Rivers non gli cuce addosso qualche situazione per testarlo sul serio e gli lascia solo le briciole da raccogliere da se, è segno che non si sta lavorando bene su di lui. non voglio dire che Jefferson deve entrare in campo sapendo che ha un bonus di 10 tiri, ma perlomeno avere qualche certezza sul come viene utilizzato.
Sul fatto che gli ultimi 8 titoli li abbiano vinti Shaq e Duncan: è chiaro, è l’unica verità trascendentale del basket: il centro dominante vince (e fa vincere) i titoli!! il discorso è che se non hai uno dei primi 2-3 lunghi della lega ti devi arrangiare diversamente e cercare di vincere in un altro modo … (Sergio)
Oppure provare a costruirti in casa questo Big Man con un giovane dall’alto potenziale come Jefferson, e Ainge su questo mi pare ci abbia puntato forte, resta da discutere sul modo in cui crescere questo giovane.
io però mi riferivo a una tendenza più generale a voler giocare a difesa schierata per servire i lunghi, è questo che mi crea problemi. (Sergio)
Se si vuole andare da qualsiasi parte che non sia una misera qualificazione ai Playoff, con conseguente scoppola al primo turno, bisognerà assolutamente fare passi da gigante nell’attacco alle difese schierate, e gli arrivi di Telfair e Rondo mi sa che vadano visti in questa direzione. E’ chiaro che se poi si migliora in questo frangente per i lunghi gran parte delle difficoltà spariscono da solo. Poi io penso che se vuoi vincere nell’NBA moderna non devi fare solo il gioco lento o solo quello veloce, o solo la Princeton, o solo il triangolo, ecc, ma saperli fare più o meno tutti, come fanno Spurs e Pistons, e come stanno tentando di fare a Dallas.
Rimango della mia idea: quest’anno non abbiamo “situazioni Blount” che complicano la rotazione dei lunghi, quindi se Jefferson è sano e inizia nel training camp a dominare sottocanestro senza latitare in difesa, Rivers non avrà remore a puntare su di lui.
Secondo me paragonare Duncan e Shaq al loro ingresso nell’NBA a Jefferson non è giusto (Leo)
Ed infatti non l’ho fatto. Sto dicendo che un buon lungo, se ha la palla e non è raddoppiato, va a canestro come vuole o quasi.
...ma se poi Rivers non gli cuce addosso qualche situazione per testarlo sul serio e gli lascia solo le briciole da raccogliere da se, è segno che non si sta lavorando bene su di lui. (Leo)
Oppure che non si vuole dargli la “pappa pronta”, ma insegnargli ad attaccare come fanno Duncan e Shaq. Credo che additare Rivers per ogni cosa che non ci piace sia fondamentalmente sbagliato, perchè di questo passo si finisce per accusarlo di usare un playbook limitato, e poco importa che i Celtics abbiano una delle migliori percentuali di tiro della NBA: per qualcuno sarebbe meglio tirare male ma avere un libro degli schemi alto come l’elenco telefonico di New York…..
Per piacere, Rivers incolpiamolo pure per la difesa porosa e per qualche rotazione “fumosa”, ma lasciamolo in pace per quanto concerne attacco e transizione offensiva…...
e ora palla al Doc !
Io direi: CHE PPALLE IL DOC!!!
Non voglio dire altro perchè sono stufo di parlare di lui.
Mi auguro soltanto che questa sia la stagione del riscatto sia suo che nostro.
Sarei contento di critcarlo per una sua mossa sbagliata nei PlayOff come Avery J. in finale contro gli Heat.
Per piacere, Rivers incolpiamolo pure per la difesa porosa e per qualche rotazione “fumosa”, ma lasciamolo in pace per quanto concerne attacco e transizione offensiva…... (Fabio)
Secondo me la classica via di mezzo per Jefferson sarebbe l’ideale, ossia qualche gioco specifico per lui in cui ci si trovi con una certa sicurezza (sarebbe anche un segnale di fiducia di cui il ragazzo ha un serio bisogno), ma allo stesso tempo dargli la sensazione che nulla viene per benedizione divina. In fin dei conti Phil Jackson per stimolare Shaq in difesa, gli dava spesso palla nelle prime azioni di gioco, e se questi accorgimenti servono per il giocatore più forte al mondo direi che potrebbero andare bene anche per un giovincello di buone speranze come Big Al, insomma il messaggio dovrebbe essere “io ti do fiducia in attacco, ma pretendo risposte concrete in difesa”.
La mia comunque è una critica specifica per Jefferson che mi pare sia dichiaratamente il giocatore più importante per il futuro biancoverde. Personalmente Rivers la passata stagione mi ha fatto molto più imbufalire per lo scarso impiego di Perkins che per quello di Jefferson, perchè se su Jefferson c’erano a volte alibi concreti, per Perkins qualche volta siamo stati davanti a palesi scelte sbagliate.
Grande lavoro Leonardo.
1) una sola cosa: buona difesa vuol dire titolo.
2) ribadisco che prima o poi (credo prima) Green darà un suo buon contributo, quindi bisognerà prenderne atto ed adeguare il roster (leggi ciao Wally, anche se a me piace molto);
3) anch’io sono per il vecchio stile di gioco, con due lunghi che giocano sotto canestro, ma bisogna guardare la realtà e capire che il basket è cambiato, questo però non vuol dire che i lunghi debbano vivere di quello che raccattano per il campo;
4) grossissimo puto interrogativo sull’esperienza dei play in roster, per me West giocherà da play molti finali di gara, almeno all’inizio;
5) bisogna ritrovare il pride, il materiale umano c’è, bisogna solo coltivarlo;
6) nessuna kobite ai Celtics, il One Man Show lasciamolo ai giullari come lui;
7) concordo nell’affermare che non abbiamo gli uomini giusti per una Small Ball, ma li abbiamo per un quintetto piccolo e veloce, arma tattica che può far male in determinate circostanze;
8) Green ha superato Jefferson come probabile stella, ma tutti e due hanno la possibilità di dire la loro in questa lega, basta crederci e basta che loro ci credano.